A una settimana esatta dalla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere, la società italiana ha appreso quello che tutte già sapevano: Giulia Cecchettin, ragazza e laureanda scomparsa pochi giorni prima, è stata uccisa da Filippo Turetta, “solo” ventiduenne ma evidentemente già intriso di patriarcato. Parlarne, in un quadro drammatico come quello del contesto della violenza di genere, è un piccolo tentativo di rompere una complicità che si manifesta nel credere di “fare abbastanza”, laddove di fronte alla violenza sistemica non esiste abbastanza che tenga, nemmeno rivendicando il proprio tansfemminismo.
Intervistato da Radio Popolare nella mattina di lunedì 20 novembre Ermanno Porro, presidente della rete Maschile plurale, ha detto due cose fondamentali. La prima è che che in questo caso il presunto ed ormai pressoché certo omicida ha assimilato appieno un modello maschile che è tanto tossico quanto diffuso e radicato nella società, soprattutto tra le giovani generazioni. La seconda, che così come ogni donna può ritrovarsi ad essere vittima in qualunque momento, così nessun uomo deve sentirsi esento dal rischio di diventare agente di quella violenza patriarcale di cui l’omicidio è la tragica punta dell’iceberg.
Di fronte ad una tale tragedia (c’è chi dice sia la centotreesima, chi dice la centocinquesima del 2023), ogni parola rischia di essere inadeguata, ma è necessario parlare anche solo per dare voce ad una rabbia che, dicono bene le femministe e le donne in generale, rimane l’unica emozione di fronte all’esito “naturale” di un sistema discriminante e violento.
Il caso di Giulia è prototipico di quanto il patriarcato sia un male sociale radicato, ma soprattutto testimonia chiaramente il fatto che, nel ventunesimo secolo, il maschile possa dirsi fallito.
In primis, da un punto di vista meramente statistico il percorso accademico di Giulia porta a gettare uno sguardo su un aspetto sociale ormai consolidato negli anni: pur essendo l’Italia uno dei paesi occidentali col minor tasso di laureati in Occidente, sono le donne a conseguire più titoli universitari, quasi il +30% rispetto agli uomini (dati Istat). Per contro, la stessa agenzia statistica italiana titola un proprio paragrafo Donne e lavoro: un binomio ancora da costruire, a sottolineare come il dislivello in termini di titolo accademico non si traduca in un riconoscimento occupazionale femminile e anzi, porti ad una netta minoranza di donne in ruoli dirigenziali, qualificati e ben retribuiti.
La contrarietà dell’ex fidanzato di Cecchettin alla laurea è emblematico di come la violenza ed il controllo siano compensativi rispetto ad un’autonomia dell’altro che, evidentemente, il maschile contemporaneo non è in grado di assimilare. Anziché gioire del traguardo accademico, Turetta ha manifestato gelosia ed odio, due dei moventi emotivi tipici del femminicidio, sintomatici dell’impossibilità di riconoscere l’altro e di ammettere che una donna sia indipendente, possa fare a meno e sia anzi “migliore” del maschio. È deprimente dover parlare di una laurea come di un evento straordinario e anche questa è prova di come il maschile patriarcale controlli anche inconsciamente il vissuto femminile, arrivando a chiedere ragione del percorso intellettuale delle giovani donne e, eventualmente, a rifiutarlo stroncandolo radicalmente.
Legato a questo aspetto è quello anagrafico, sia della persona uccisa che dell’assassino: ventiduenne e già femminicida, Turetta restituisce l’immagine di un ragazzo socializzato alla violenza patriarcale, al machismo ed al sessismo. Una caratteristica, quella anagrafica, che mette al centro il discorso della formazione e del ruolo della scuola della socializzazione di genere. È abbastanza chiaro che le istituzioni di formazione debbano constatare il proprio fallimento pedagogico ed affettivo, ma scontino anche un sostanziale abbandono politico se è vero che a livello parlamentare salvo che nelle proposte della sinistra si parla di violenza di genere in termini solo repressivi, mai nell’ottica dell’educazione alle differenze di genere, alla sessualità ed all’affettività, all’empatia e all’ascolto dell’altro.
Sul versante femminile questa mancanza affettiva si traduce in una corsa sempre più precoce alla sessualità spettacolarizzata, all’estetica smaniosa di apparire senza, sostanzialmente, essere, al successo tra i pari reali e virtuali. Un vuoto, quello emotivo, che controintuitivamente de-femminilizza il femminile stesso. Usando le parole di Massimo Recalcati, psicoanalista di matrice lacaniana, siamo in una società che punta a costruire un femminile ogettificato, donne femminili ma prive di materno agli occhi delle quali il sesso sostituisce l’amore ed il concetto di cura è snaturato e privato di significato.
Sul lato maschile, specularmente, la cesura affettiva impedisce di vedere come soggetto la donna, ma priva di contatto con il proprio vissuto emotivo gli uomini stessi, condannati alla prestanza fisica e sessuale, al dominio, alla supremazia sui pari. Che libertà, che sicurezze può offrire un maschio così socializzato ad un femminile che, quasi fisiologicamente a livello sociale, chiede sempre più spazio, riconoscimento e realizzazione personale ed autonoma?
Il patriarcato, ci dimostra la vicenda della ragazza veneta, ha inoltre costruito una propria rete culturale che trova online un forte radicamento. Il primo e più superficiale segno di questa narrazione sessista è l’enorme consenso e numero di giustificazioni che sta ricevendo l’assassino di Cecchettin sui vari social; interessante, e coerente col discorso fatto finora, è il fatto che l’argomentazione che va per la maggiore è che “si condanna sempre l’uomo senza considerare quante volte sono le donne a umiliare i maschi”, a dimostrazione dell’incapacità radicale di tollerare qualunque progetto di emancipazione femminile tanto da rileggerlo, in modo del tutto distorto, come torto inflitto.
Il secondo versante del patriarcato social (tralasciando per un attimo la spinosa questione del porno) proviene dal mondo della musica. Venerdì è uscito il disco X2VR, del trapper Sfera Ebbasta: alla notizia della morte di Cecchettin sono diversi gli utenti che, su diverse piattaforme, hanno messo in rilievo come il giorno prima della notizia del ritrovamento del corpo fosse stato pubblicato un disco ricco di frasi sessiste, immagini di dominio-violenza ed identificazione quasi sinonimica tra donna e troia.
Ora, è chiaro che non c’è alcuna correlazione tra la pubblicazione dell’album e l’omicidio; fa riflettere però come il mondo della musica ormai da anni lanci figure, soprattutto nell’ambito rap/trap, che descrivono immaginari sessisti e violenti. Da una parte, si potrebbe dire che fa parte della storia del genere, dall’altro però nell’epoca della problematizzazione della cultura coloniale (e in generale delle culture del dominio che annulla l’alterità) non si può evitare almeno di interrogarsi sull’opportunità di dare in pasto alle masse testi a così alto contenuto sessista e machista.
Al di là di alcune ed ovviamente parziali analisi, ciò che resta è un fenomeno diffusissimo, una morte in più da annoverare tra le vittime del patriarcato e, soprattutto, una rabbia incontenibile. Se da una parte le donne chiedono spazio ed ascolto agli uomini dall’altra ci sono alcuni maschi, purtroppo troppo pochi, che al silenzio empatico tentano di affiancare una parola complice ed alleata che tra piazze, cortei e vita quotidiana lasci a tutte il diritto di esistere.
Ci si chiede quando tutto questo finirà e come farlo finire: la risposta razionale è un progetto culturale che porti consapevolezza in una società ormai affettivamente cieca; un sano realismo, però, porta a constatare che probabilmente non si metterà un punto a questa storia finché, con le parole di Cecilia Torres Cáceres, poetessa peruviana molto citata in queste ultime ore, le donne effettivamente non decideranno di non volere più contare le vittime e di far subentrare al tempo del sopruso subito il momento in cui bruceranno tutto. [Pietro Caresana, ecoinformazioni; copertina di Sara Sostini, ecoinformazioni e SavageArtworks]
