Il 16 ottobre nella sede delle Acli di Milano è iniziato, organizzato da diverse realtà impegnate nella obiezione alle guerre, fra le quali Rete Italiana Pace e Disarmo e Mesarvot, il tour di due obiettor3 di coscienza israeliani e di 2 attivist3 palestinesi impegnat3 nella promozione della giustizia sociale non violenta. Il tour, dopo aver toccato diverse città fra le quali Verona, Firenze, Roma, si concluderà a Bari con la partecipazione alla mobilitazione nazionale del 26 ottobre.
Hanno portato la loro testimonianza Sofia Orr, obiettrice israeliana per Mesarvot, Daniel Mizrahi obiettore israeliano per Mesarvot, Tarteel Al Junaidi palestinese per CPT Community peacemaker teams Palestine.
Sofia obiettrice di coscienza israeliana, attivista di Mesarvot, ha 19 anni, è nata ed è cresciuta in Israele, ha fatto obiezione di coscienza nel febbraio del 2024 ed ha scontato 85 giorni di prigionia a causa della sua scelta. Fortunatamente ha una famiglia che l’ha capita e supportata. Ha scelto di opporsi all’occupazione e alla violenza che lo Stato di Israele esercita sulla popolazione palestinese, dice che «rifiutarsi di fare il servizio militare è una opzione, la pace è una opzione, ma è il solo modo per costruire un futuro in cui ognuno possa vivere in dignità e sicurezza». I due motivi principali che le hanno fatto fare questa scelta sono sati: erché è la cosa giusta da fare nel mio paese; raggiungere i media nazionali attraverso i quali parlare agli israeliani, fare in modo che si facciano delle domande sul perché ci sono gli obiettori e far conoscere all’estero che c’è questo movimento e che va sostenuto. Oggi è sempre più difficile far capire che la pace e la coesistenza sono l’unica via.
Daniel obiettore di coscienza israeliano, attivista di Mesarvot è nato in Sud America, è arrivato in Israele da bambino con la sua famiglia, ha vissuto in un kibbutz. Fin da bambino ha percepito il clima ostile verso i palestinesi. Racconta che quando ha avuto i primi dubbi circa servizio militare si sentiva bloccato, incapace di esprimere il suo stato d’animo. Sui social ha incontrato degli articoli sugli obiettori di coscienza, è riuscito a mettersi in contatto e nel giro di poco è stato contattato da un avvocato che gli ha dato tutte le informazioni e le istruzioni per poter realizzare la sua scelta e lo ha supportato nel cambio radicale della sua vita., quali la perdita delle vecchie amicizie e il sentirsi isolato rispetto alla società che lo circonda. La società israeliana non accetta qualsiasi contestazione al sistema vigente, non sopporta critiche ai militari e l’esercito è sacro e santo. Nel 2023 ha scontato 50 giorni di carcere, ritiene di aver avuto un trattamento di privilegio perchè nato all’estero, però l’esperienza è stata dura. Fortunatamente ha ricevuto molte lettere di sostegno e incoraggiamento dall’estero tramite Mesavort che l’avvocato gli faceva avere e che sono state di grande aiuto per sopportare la prigionia. Nel carcere oltre agli obiettori, che attualmente sono 3, ci sono anche soldati o riservisti che sono scappati dalle basi contestando l’operato dell’esercito in modo particolare a Gaza.
Tarteel, palestinese di Hebron, è entrata in contatto con Cpt, che opera in Palestina dal 1995, ed ora è una attivista. Non ha voluto dire alla sua famiglia cosa fa per non metterla in ulteriore ansia rispetto a quella che vivono quotidianamente a causa della presenza sia dell’esercito israeliano che dei coloni, sempre più aggressivi. La sua scelta è essere a fianco dei palestinesi per difenderli dalle aggressioni e soprusi che subiscono, per accompagnarli o fare da scudo umano quando c’è bisogno, curarli se necessario, testimoniare e denunciare quanto sta accadendo e rovesciare la narrativa che i palestinesi sono terroristi e cattivi. Parlare dei propri diritti è rischioso, è difficile far capire che ci sono israeliani che obiettano e sostengono i palestinesi, perchè i palestinesi dei territori occupati conoscono i soldati israeliani. Per produrre cambiamenti bisogna continuare a denunciare. Per i palestinesi sotto occupazione è difficile pensare alla pace se la pace non è legata al tema della giustizia e dei diritti uguali per tutti. Per prima cosa bisogna parlare di giustizia poi di pace.
Sofia e Daniel chiedono:
- di mandare lettere agli obiettori che sono in prigione (le condizioni nelle carceri adesso sono ancora più dure ) far capire che la loro scelta è importante, che hanno il nostro appoggio e ammirazione (le lettere si possono mandare sul sito di Mesavort )
- un supporto economico che permetta di proseguire e ampliare la campagna dei movimenti non violenti (molto lavoro viene fatto sui social media dove spesso ricevono insulti su vasta scala che però non li scoraggia), che permetta di distribuire fondi a seconda dei bisogni (trasporto, spese legali, ecc. ecc.
Dicono che il loro compito è anche quello sfondare il muro che c’è fra israeliani e palestinesi e abbattere la reciproca diffidenza.
Sofia, Daniel e Tarteel chiedono una maggiore presenza di attivisti internazionali, di persone che vedano con i propri occhi cosa è la vita sotto occupazione, che cosa sta succedendo e denunciare violazioni e soprusi. Chiedono di lottare per la fine del genocidio a Gaza ma di non perdere di vista quanto sta accadendo in Cisgiordania. Chiedono anche di fare pressioni sui governi e sugli organi di informazione. [Luciano Conconi, ecoinformazioni]


