4 novembre/ Disarmo, disarmo, disarmo!

Fuori la guerra dalla storia, dalla scuola e dalle nostre vite. Per mantenere la nostra striscia di futuro fatta di Pace, di libertà e di nonviolenza e per impedire che gli eserciti che vanno alla guerra, la militarizzazione della società si approprino delle nostre vite, dei nostri cuori, delle nostre menti è necessario continuare a manifestare il nostro antimilitarismo.

«Il massacro di esseri umani su vasta scala, pianificato e legalizzato, rappresenta in questo momento la somma di tutti i mali. Come donne, proviamo un senso di rivolta morale contro la crudeltà e la devastazione della guerra. […] Noi donne, che nel passato abbiamo costruito con duro e paziente lavoro i fondamenti della vita famigliare e delle attività produttive pacifiche, non ci lasceremo più ingannare da quel male devastante e non tollereremo che venga negato il primato della ragione e della giustizia attraverso cui la guerra oggi soffoca le forze morali del genere umano. […] Pertanto noi chiediamo […] che alle donne sia data l’opportunità di decidere della guerra e della pace. Tra i punti della nostra risoluzione c’è la limitazione degli armamenti e la nazionalizzazione della produzione bellica, l’opposizione organizzata al militarismo, l’educazione della gioventù all’idea di pace [..] l’unione tra le nazioni in alternativa all’equilibrio tra le potenze, l’azione per una graduale organizzazione internazionale che renda inutili le leggi di guerra, la sostituzione di eserciti e marine rivali con una forma di polizia internazionale, l’eliminazione delle cause economiche della guerra, […] adeguati stanziamenti, per promuovere la pace internazionale». Con queste parole Jane Addams chiuse il   Congresso internazionale di donne autoconvocato a L’Aja dal 28 aprile al 1° maggio 1915 per discutere del ruolo delle donne nella diffusione di una cultura di Pace e delle azioni per fermare la prima guerra mondiale, già incominciata.

Quelle parole di cento anni fa sono ancora attuali e ci risuonano nella mente oggi, 4 novembre, giornata di lutto, di memoria e di indignazione per i dieci milioni di morti della Prima guerra mondiale e per le vittime di tutte le altre guerre che hanno sconvolto il nostro pianeta fino alla “guerra mondiale a pezzi” che  rischia di diventare guerra mondiale tout court.

L’inutile strage della prima guerra mondiale si è ripetuta e continua a ripetersi oggi con centinaia di migliaia di morti in Ucraina e in Russia e con il genocidio a Gaza, che si sta estendendo a tutto il Medio Oriente,

E ci risuonano nella mente anche le parole pronunciate da Teresa Mattei, la più giovane eletta all’Assemblea Costituente, il 2 giugno del 2006 in un’intervista alla trasmissione Radio 3 Mondo: «Al momento della votazione per l’articolo 11, cioè quello contro la guerra – “L’Italia ripudia la guerra”, è stato scelto il termine più deciso e forte – tutte le donne che erano lì, ventuno, siamo scese nell’emiciclo e ci siamo strette le mano tutte insieme, eravamo una catena, e gli uomini hanno applaudito” […] «per questo, quando ora vedo tutti questi mezzucci per giustificare i nostri interventi italiani nelle varie guerre che aborriamo, io mi sento sconvolta perché penso a quel momento, penso a quelle parole e penso che se non sono le donne che difendono la pace prima di tutto non ci sarà un avvenire per il nostro paese e per tutti i paesi del mondo».  

Da allora alla Costituzione italiana sono stati fatti molti altri strappi. Tra cui anche l’approvazione di una Legge (marzo 2024) che  dichiara il 4 novembre Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze Armate, esaltando il ruolo dei militari nella difesa della patria e nella sicurezza internazionale. È una legge rivolta soprattutto alle scuole, affinché celebrino la “difesa della Patria” e il “ruolo delle Forze Armate”, e facciano conoscere alle/gli studenti le loro attività.

«Le istituzioni nazionali, regionali e locali e gli istituti scolastici di ogni ordine e grado, nel rispetto dell’ autonomia scolastica, possono promuovere e organizzare cerimonie, eventi, incontri, conferenze storiche, mostre fotografiche e testimonianze sui temi dell’Unità nazionale, della difesa della Patria, nonché sul ruolo delle Forze armate nell’ordinamento della Repubblica, anche con riferimento alle specificità storiche e territoriali».

In un momento in cui il mondo bruciando, la giornata del 4 novembre non va festeggiata al contrario abbiamo la responsabilità di continuare a chiedere che la guerra sia messa “Fuori dalla Storia” e di attivarci per la costruzione di una cultura di pace attraverso una politica di giustizia, di dialogo e di confronto.

Nel suo recente libro, Regimi di guerra. O della vita che non merita lutto [Castelvecchi editore 2024, a cura di Giacomo Mormino, introduzione di Olivia Guaraldo], Judith Butler, ci invita a riflettere su come la militarizzazione dei cuori e delle menti e la violenza militare abbiano profondamente trasformato la percezione della realtà. «La retorica disumanizzante della guerra e la narrazione mediatica dei conflitti armati ci hanno abituato a razionalizzare la morte di intere popolazioni, presentate non come vittime bisognose di protezione, ma come minacce esistenziali». «Perché restiamo indifferenti di fronte alle innumerevoli vite spezzate di cui quotidianamente abbiamo notizia – vite precarie di rifugiati, innocenti torturati, immigrati ridotti in schiavitù dalla fame e dimenticati dalla legge? Come possiamo trasformare la sofferenza che osserviamo sugli schermi in qualcosa che ci tocchi nell’intimo? Nel tempo in cui la guerra, dall’Ucraina a Gaza, pervade i notiziari e le nostre menti le vite che non si conformano alla “norma occidentale dell’umano” ci appaiono come già perdute, vite che non meritano il nostro lutto. Solo riconoscendo la precarietà radicale e condivisa da ogni vita umana potremo ripensare le forme di coesistenza sul nostro pianeta, al di là di ogni logica militare».

Disarmo, disarmo, disarmo! Con questa parola ripetuta tre volte si concluse, la seconda domenica di maggio del 1870, l’appassionato comizio di Julia Warde Howe. La femminista e pacifista nordamericana, attiva in campagne contro la schiavitù, per i diritti economici e sociali delle donne e per la fine delle guerre aveva convocato a Boston un momento di protesta delle donne contro le guerre e per proclamare il Giorno della Madre. In quell’occasione, disse: «Noi donne di qui proviamo troppa tenerezza per le donne di un qualsiasi altro paese per permettere che i nostri figli siano addestrati a ferire i loro». […] «I nostri mariti non torneranno da noi con addosso la puzza del massacro, per ricevere carezze e applausi. I nostri figli non ci verranno sottratti affinché disimparino tutto quello che noi siamo state in grado di insegnare loro, sulla carità, la pietà e la pazienza. Dal seno di una terra devastata una voce si unisce alla nostra: disarmo, disarmo, disarmo!». Pochi anni dopo, nel 1889, Berta Von Suttner, prima Nobel per la Pace, nel suo libro Abbasso le armi, anticipando di qualche anno quello che avrebbe poi affermato Gandhi, sosteneva «il disarmo totale di tutte le nazioni e l’istituzione di una corte d’arbitrato che risolvesse i conflitti internazionali facendo ricorso al diritto e alla non violenza».

E noi? Possiamo tacere di fronte all’aumento delle spese militari? Per il 2025 l’Italia spenderà 31.295 milioni di euro, superando per la prima volta nella storia la cifra di 30 miliardi, con una crescita di oltre 2,1 miliardi di euro (il 7,31%) rispetto alle previsioni per il 2024.

Lidia Menapace, ideatrice e fondatrice della Convenzione permanente di donne contro tutte le guerre, scriveva nel 2011: «Non si può tacere, e lasciare il futuro nelle mani di governi corrotti, politici ignoranti, finanze che prosperano sulle sciagure e imprese che nascondono le condizioni degli impianti nucleari o dei pozzi sottomarini per non rimetterci nei profitti. Sarebbe da stupidi irresponsabili. È un lusso che non possiamo permetterci: tutti e tutte noi che non abbiamo potere, né soldi, né mezzi di comunicazione di massa, mettiamo dunque in gioco la nostra ragione, volontà, tenacia, generosità, come facemmo quando era necessario non cedere a Hitler e a Mussolini, sennò saremo corresponsabili della barbarie presente. Anche se fossimo tutti e tutte il meglio della cultura arte e bellezza: tutto si offuscherebbe, appassirebbe, marcirebbe». [Celeste Grossi, ecoinformazioni]

[L’immagine di copertina è tratta da Azione nonviolenta].

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