Le guerre, le paci, noi

Mentre la guerra in Ucraina si prolunga e aumentano i segnali di generale peggioramento del clima internazionale, si moltiplicano anche gli appuntamenti su questi temi, a diversi livelli di approfondimento e di coinvolgimento, con l’indubbio merito di sollecitare riflessioni e di sollevare dubbi e problemi. Nella zona di Como, solo negli ultimi giorni, ce ne sono stati almeno tre, di carattere assai diverso, che meritano di essere richiamati e meditati.

Il primo si è svolto mercoledì 11 maggio, presso la Sala Bianca del Casino Sociale, per iniziativa di Refugees Welcome e Rete Porto Sicuro e con la collaborazione dei Lions Club di Como [qui i video dell’incontro]. Stimolante il titolo: Accogliamoli a casa nostra, evidentemente ispirato dall’indispensabile ribaltamento del ben noto e nefasto slogan Padroni a casa nostra… e della scivolosa intenzione Aiutiamoli a casa loro… Evidente l’intento: quello di fare il punto su una “nuova fase” dell’accoglienza che vede un coinvolgimento molto più ampio rispetto agli anni scorsi della società civile (o forse, meglio ancora, della gente comune) di fronte all’esigenza di supportare persone che appaiono “più simili” e “meno inquietanti” rispetto a quelle provenienti da paesi più lontani e più diversi. L’approccio è stato condotto inizialmente in chiave generale, e quasi asettica: l’intervento di Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università di Milano, ha delineato un quadro complessivo della situazione, mettendo in luce le disparità che si sono create con le recenti disposizioni per i profughi ucraini, senza calcare troppo la mano né sulle ragioni “politiche” che le hanno generate né sugli esiti sull’opinione comune; dal canto suo l’avvocato Antonio Lamarucciola, da tempo impegnato con l’Osservatorio giuridico per i diritti dei migranti, ha approfondito le diverse particolarità di queste nuove disposizioni dal punto di vista normativo. Quanto l’approccio non potesse essere neutrale, lo ha dimostrato l’intervento dell’assessora alla Sicurezza del Comune di Como, Elena Negretti, che ha vantato tutte le recenti iniziative del Comune di Como a favore dei profughi ucraini (nemmeno tante, per altro, e non tutte esenti da criticità) senza nemmeno essere sfiorata dal dubbio che quello che si sta facendo ora si dovesse fare anche prima, per centinaia di altre persone provenienti da tutto il mondo, con ancora più determinazione e coscienza. L’incapacità di cogliere l’essenza del problema è stata resa evidente nel discorso “istituzionale” dall’insistito richiamo alla caratteristica per Como di “città di frontiera”, cosa che l’amministrazione cittadina si è sempre rifiutata di prendere in considerazione e che tuttora non è considerata, nei fatti, una priorità.

C’è voluto l’appassionato intervento di Olivia Piro per rimettere le cose a posto: certo quello che si sta facendo adesso per chi scappa dalla guerra in Ucraina non serve a risanare le ferite lasciate aperte (e anzi, in qualche caso, persino approfondite) nelle persone che continuano a fuggire dalle guerre dimenticate, dalle violenze, dalle desertificazioni, dallo sfruttamento. È questo un amaro bilancio se pesato con i criteri dell’umanità, piuttosto che con quelli dell’opportunità politica o della falsa coscienza. Anche i due interventi di persone “accoglienti” (ovvero che hanno aderito al programma di Refugees Welcome) sono serviti a evidenziare la complessità di esigenze, atteggiamenti, obiettivi che stanno alla base di queste “buone pratiche”.

Il giorno dopo, giovedì 12 maggio, al Centro Civico di Senna Comasco, c’è stato un altro momento di discussione, di tipo diverso. Non un “pubblico dibattito”, ma un confronto aperto tra persone in questi mesi (ma si dovrebbe dire anni) impegnate per la pace, l’accoglienza, l’affermazione dei diritti di tutte e tutti. Nato da una sollecitazione di don Giusto Della Valle, rilanciato da un piccolo gruppo di persone, facendo leva anche sulle proprie diverse sensibilità, l’incontro ha inteso verificare la necessità di un migliore coordinamento tra coloro che agiscono a partire dal rifiuto e dal superamento di qualsiasi logica di guerra. Non è stato un confronto semplice, sicuramente segnato da molte lacerazioni (più all’interno delle individualità forse, che non tra le diverse “appartenenze”) ma anche fortemente improntato alla ricerca di una comune modalità di riflessione e di azione. È forse in questa riconosciuta esigenza di non separare la “teoria” dalla “prassi” che sta uno degli elementi forti di questo sforzo. Collettivamente si è valutato che serve approfondire la comprensione di quello che sta succedendo (ma anche di quello che è successo negli anni passati) per trovare modalità efficaci nell’agire pratico. Non si tratta, evidentemente, di stabilire una linea comune, si tratta di offrire a ciascuno e ciascuna degli elementi che possano diventare strumenti di comprensione. C’è l’intenzione di organizzare alcuni incontri di approfondimento, ma c’è anche l’interesse a “usare” occasioni di confronto e di analisi offerte da altre realtà, di cui si può facilmente riconoscere la convergenza con le intenzioni di questo “coordinamento informale”.

A questa tipologia (quella delle opportunità di approfondimento) appartiene sicuramente l’incontro organizzato dalla rete Como senza frontiere nel pomeriggio di domenica 15 maggio all’Oratorio di Rebbio sotto il titolo Guerre e pace [qui i video dell’incontro]. L’origine dell’incontro è semplice: avendo letto un articolo di Lidia Cirillo (una delle figure storiche del femminismo italiano ed europeo), pubblicato su Jacobin, sul tema della guerra in Ucraina ed avendolo trovato stimolante, si è verificata la possibilità di discutere direttamente con lei le sue argomentazioni. L’esistenza di due guerre coincidenti che si stanno combattendo attualmente (la guerra “locale” in Ucraina e la guerra “globale” tra le due potenze “a vocazione imperiale”, Stati Uniti e Russia) pone degli interrogativi fondamentali sugli scenari geopolitici attuali e prossimi, e anche richiede delle risposte “operative” da cittadini e cittadine di Italia e di Europa, perché ci coinvolge direttamente. Nel ragionamento di Lidia Cirillo, forse, quello che più è importante sono le domande che pone (poiché le risposte – sempre parziali e approssimate – possono anche essere ulteriormente elaborate). L’analisi, comunque, richiede uno sforzo di comprensione sempre più attento, e anche – probabilmente – la messa a punto di nuovi paradigmi interpretativi. Perché non ci si può fermare alla superficie degli avvenimenti, nemmeno quando questi sono drammatici.

La carne, il sangue, le idee, i drammi ci chiedono questo sforzo, che deve essere insieme di teoria e di prassi, di analisi e di partecipazione, perché altrimenti la logica di guerra (di questa, come di tutte) avrà già vinto. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

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